n. 17

anno V - gennaio-marzo 2004 - pp. 128 - € 7.50

• Direttore: Roberto De Caro
• Redazione:
Gaspare De Caro, Michelangelo Gabbrielli, Antonello Lombardi, Elio Matassi, Elisabetta Pistolozzi, Andrea Schiavina, Valeria Tarsetti
• Hanno collaborato a questo numero:
Ennio Abate, Felice Accame, Marco Angius, Alberto Beneventi, Akeel Bilgrami, Guido Bizzi, Pier Augusto Breccia, Franco Bruni, Centro Studi Mozartiano, Giorgio Ciommei, Bruno Conte, Luca Cori, Mario De Caro, Danilo Faravelli, Paolo Ferrari, Gian Andrea Franchi, Nevio Gàmbula, Alberto Iesuè, Hans-Josef Irmen, Mario Lunetta, Milena Massalongo, Anna Maria Mazzoni, Massimo Melloni, Kurt Meyer, Cesare Milanese, Giuliana Montanari, Marilena Pasquali, Giulia Raymondi, Dina Riccò, Alessandra Scarpinella, Marina Toffetti, Pierfranco Vitale, Maurizio Zanolli
In copertina: Pier Augusto Breccia, Immaginazione e Potere (1998), part.




Teatro
• Quel che resta del gesto di «Fatzer». Heiner Müller legge Bertolt Brecht di Milena Massalongo

Pagina senza nome

Del Fatzer-Fragment, opera frammentaria di Brecht, restano alcune centinaia di fogli conservati al Brecht-Archiv di Berlino, degli estratti pubblicati in vita dallo stesso Brecht con il titolo La rovina dell’egoista Johann Fatzer e un vero e proprio montage selettivo, inedito in Italia, che Heiner Müller, ‘erede eretico’ di Brecht, eseguì nel 1978 per una rappresentazione ad Amburgo insieme al Principe di Homburg di Kleist, per la regia di Matthias Langhoff e Manfred Karge.
Restano come un indizio le parole di Müller che vide sempre nel Fatzer un testo di «importanza secolare», dalla lingua di una radicalità immane: «Lo lessi negli anni cinquanta e da allora il Fatzer fu per me oggetto d’invidia». E in effetti fu una specie di matrice cristallizzata in tutte le sue opere (al di là della stessa qualità densa della lingua, gli spunti rintracciabili sono innumerevoli), dal Lohndrucker fino ad Hamletmaschine che lui stesso definì come il non-plus-ultra di un percorso fatto sotto il segno lanciato dal Fatzer.
Brecht vi lavorò dal 1926 fino al 1931, ma per questa data la condizione di frammento era già entrata in gioco sensibilmente come una forza interna alla scrittura.


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