n. 18

anno V - aprile-giugno 2004 - pp. 160 - € 7.50

• Direttore: Roberto De Caro
• Redazione:
Gaspare De Caro, Michelangelo Gabbrielli, Antonello Lombardi, Elio Matassi, Elisabetta Pistolozzi, Andrea Schiavina, Valeria Tarsetti
• Hanno collaborato a questo numero:
Ennio Abate, Felice Accame, Enzo Albano, Marco Angius, Umberto Artioli, Giorgio Battistelli, Cesare Battisti, Alberto Beneventi, Claudio Bolzan, Pier Augusto Breccia, Massimo Cappitti, Franco Cavallo, Centro Studi Mozartiano, Giorgio Ciommei, Bruno Conte, Luca Cori, Valerio Evangelisti, Danilo Faravelli, Gian Andrea Franchi, Nevio Gāmbula, Andrea Garbuglia, Paolo Godani, Paolo Guzzi, Hans-Josef Irmen, Mario Lunetta, Anna Maria Mazzoni, Massimo Melloni, Kurt Meyer, Giuliano Mesa, Cesare Milanese, Giuliana Montanari, Francesco Muzzioli, Michela Niccolai, Dimitri Papanikas, Marilena Pasquali, Gabriele Rossi-Rognoni, Renzo Rosso, Oreste Scalzone, Salvatore Sciarrino, Marina Toffetti, Pierfranco Vitale, Wu Ming 1, Maurizio Zanolli
In copertina: Bruno Conte, Vegesonanze (2004)




Narrativa
• Mio padre e dintorni (6. Il Consigliere) di Gaspare De Caro

Pagina senza nome

6. Il consigliere

La chiamavo zia, ma non era mia zia. Nel vocabolario domestico di un tempo, zia era un appellativo adibito a grande varietà di funzioni, a suggerire o negare, a eludere o alludere, a promuovere o deprimere i nessi arcani delle famiglie. Nella fattispecie l’uso era innocente, sebbene in senso proprio Cristina non fosse la zia di nessuno. Era una trovatella senza ascendenti noti e tanto meno fratelli per cui a rigore potesse mai dirsi zia, cresciuta in casa di mio nonno, poiché appunto questo era l’uso: si mandavano volentieri altrove i propri figli naturali, ad evitare complicazioni affettive non necessarie, e si accoglievano quelli altrui, di cui le attività domestiche assai si giovavano. Cristina era claudicante e di scarsa avvenenza, esclusa pertanto dalle attenzioni del padrone di casa. Avendo qualche anno in più di mio padre, se ne autoelesse protettiva sorella maggiore, in circostanze familiari non esuberanti di affetti. Era una grande cacciatrice di topi e anche questa qualità la rese cara a mio padre, al limite dell’isteria se ne vedeva uno. Su tali saldi fondamenti la loro fraternità elettiva si prolungò negli anni, anche quando entrambi lasciarono la casa di mio nonno e separatamente si trasferirono a Roma. Qui Cristina entrò al servizio di un alto magistrato, il consigliere di Corte d’Appello Arturo B.: per antonomasia «il Consigliere» nel lessico rassegnato di chi aveva a che farci. Fu l’utopia di Cristina, nata dal suo incontrollato ardore protettivo – e catastrofica come ogni benintenzionata utopia –, quella di usare l’autorità quasi divina del Consigliere a vantaggio del fratello elettivo, facendosi di fatto strumento di mostruosa oppressione. Può sembrare un’allegoria del socialismo, ma non con questa intenzione evoco qui alcuni esiti del progetto. E nemmeno per lumeggiare momenti di vita familiare che di per sé non hanno interesse pubblico: se li racconto è soltanto per dare consistenza di calore umano a una figura istituzionale, di quelle alle quali di solito la maestà del ruolo assegna l’algida impenetrabilità dell’astrazione. Si vorrebbe in sostanza dare risposta in un caso concreto alla domanda: chi è un giudice? a chi la storia o la provvidenza nella loro saggezza danno mandato di sciogliere e di legare?


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