n. 18

anno V - aprile-giugno 2004 - pp. 160 - € 7.50

• Direttore: Roberto De Caro
• Redazione:
Gaspare De Caro, Michelangelo Gabbrielli, Antonello Lombardi, Elio Matassi, Elisabetta Pistolozzi, Andrea Schiavina, Valeria Tarsetti
• Hanno collaborato a questo numero:
Ennio Abate, Felice Accame, Enzo Albano, Marco Angius, Umberto Artioli, Giorgio Battistelli, Cesare Battisti, Alberto Beneventi, Claudio Bolzan, Pier Augusto Breccia, Massimo Cappitti, Franco Cavallo, Centro Studi Mozartiano, Giorgio Ciommei, Bruno Conte, Luca Cori, Valerio Evangelisti, Danilo Faravelli, Gian Andrea Franchi, Nevio Gāmbula, Andrea Garbuglia, Paolo Godani, Paolo Guzzi, Hans-Josef Irmen, Mario Lunetta, Anna Maria Mazzoni, Massimo Melloni, Kurt Meyer, Giuliano Mesa, Cesare Milanese, Giuliana Montanari, Francesco Muzzioli, Michela Niccolai, Dimitri Papanikas, Marilena Pasquali, Gabriele Rossi-Rognoni, Renzo Rosso, Oreste Scalzone, Salvatore Sciarrino, Marina Toffetti, Pierfranco Vitale, Wu Ming 1, Maurizio Zanolli
In copertina: Bruno Conte, Vegesonanze (2004)




Lettere aperte
• Favati: certi ossessi irredenti di Mario Lunetta

Pagina senza nome

In tutte le sue scritture (poesia, narrativa, teatro, saggistica) Giuseppe Favati non ha mai cessato di costruire manufatti stilisticamente impeccabili nella cui precisione sfrigolasse un gusto satirico sulfureo, da moralista implacabile, nei meandri di una curiosità per il mondo al tempo stesso sofi sticata e crudele. Nelle pieghe dei suoi versi e delle sue prose, come nelle battute dei suoi testi teatrali, questo mondo fa le sue apparizioni sgradevoli e stupide, è una macchina ostile, un cieco ordigno persecutorio. È chiaro, anzi lampante, che a Favati non piace: e allora ecco, pressoché unica risorsa difensiva/offensiva, il ricorso alle riserve sempre vive di un linguaggio di volta in volta sofi sticato e crudo, da umorista iroso cresciuto a proteine di passione civile e di raffinatezze letterarie. Solo in filigrana, in questi testi, compare il profilo dell’autobiografia: e si dispone senza fallo in modi straniati, sguinci, perfino autoderisori, secondo le dissociazioni che le avanguardie, e comunque la tradizione delle scritture sperimentali, hanno reso ormai pressoché ‘obbligatori’ per qualsiasi autore degno del nome.

Lo scrittore fiorentino non si smentisce neppure in un libro come Villandorme e Cartacanta (Il Ponte Editore, Firenze 2002, pp. 110, ¤ 5,16), il cui titolo finto-proverbiale, in mano a un autore di tanto intransigente educazione espressiva, tradisce esplicitamente la propria inclinazione ironica e ‘popular’, allusiva, lievemente perfida.


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