n. 19

anno V - luglio-settembre 2004 - pp. 160 - € 7.50

• Direttore: Roberto De Caro
• Redazione:
Gaspare De Caro, Michelangelo Gabbrielli, Antonello Lombardi, Elio Matassi, Elisabetta Pistolozzi, Andrea Schiavina, Valeria Tarsetti
• Hanno collaborato a questo numero:
Ennio Abate, Fabio Acca, Felice Accame, Marco Angius, Alberto Beneventi, Pier Augusto Breccia, Centro Studi Mozartiano, Giorgio Ciommei, Bruno Conte, Valerio Cordiner, Luca Cori, Danilo Faravelli, Paolo Ferrari, Gian Andrea Franchi, Nevio Gàmbula, Andrea Garbuglia, Vladimiro Giacché, Gianluca Giachery, Roberto Giammanco, Ran HaCohen, Hans-Josef Irmen, Leporello, Mario Lunetta, Milena Massalongo, Anna Maria Mazzoni, Massimo Melloni, Kurt Meyer, Willer Montefusco, Michela Niccolai, Marilena Pasquali, Eugenio Riccòmini, Pierfranco Vitale, Maurizio Zanolli
In copertina: Sandro Luporini, Interno-esterno n. 2 (2003)




Critica economica
• Un borghese piccolo piccolo. Alle radici della crisi italiana di Vladimiro Giacché

Pagina senza nome

Che l’economia italiana versi in un grave stato di crisi, ormai, non è più un mistero per nessuno, neppure per i telegiornali di regime. Le dimensioni di questa crisi, però, stentano ad essere percepite nella loro realtà e gravità. E lo stesso può dirsi per i motivi di fondo di essa.

Si è detto che stiamo vivendo, dal primo trimestre del 2001 ad oggi, «la più lunga fase di ristagno in mezzo secolo» (lo ha detto il vice direttore generale di Banca d’Italia, Pierluigi Ciocca). Giusto. Ma la crisi è cominciata prima: e precisamente da quando – nel 1998 – gli effetti dell’ultima svalutazione competitiva, quella del 1995, hanno cominciato ad affievolirsi. Questo è il significato delle cifre riportate nella relazione letta dal Governatore della Banca d’Italia il 31 maggio 2003: «In cinque anni, tra il 1997 e il 2002, la produzione industriale ha segnato in Italia un aumento del 3 per cento. In Francia l’incremento è stato intorno all’11, in Germania del 12; nell’area dell’euro, escludendo l’Italia, si situa al 14 per cento [...] La quota delle esportazioni italiane nel mercato mondiale era progressivamente salita, tra gli anni cinquanta e gli anni ottanta, dal 2 al 4,5 per cento [...] Dalla metà degli anni novanta è iniziato un declino della competitività che ha riportato la partecipazione italiana agli scambi mondiali al livello raggiunto alla metà degli anni sessanta. A prezzi costanti, la quota di mercato è diminuita dal 4,5 per cento nel 1995 al 3,6 nel 2002. La perdita è diffusa in tutti i mercati». Come ormai sappiamo, il 2003 è andato ancora peggio; quanto al 2004, si è aperto con un crollo del 14,7% delle esportazioni al di fuori dell’Unione Europea, ed un saldo complessivo della bilancia commerciale italiana negativo per 1,9 miliardi di euro. Insomma: un disastro...


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