n. 19

anno V - luglio-settembre 2004 - pp. 160 - € 7.50

• Direttore: Roberto De Caro
• Redazione:
Gaspare De Caro, Michelangelo Gabbrielli, Antonello Lombardi, Elio Matassi, Elisabetta Pistolozzi, Andrea Schiavina, Valeria Tarsetti
• Hanno collaborato a questo numero:
Ennio Abate, Fabio Acca, Felice Accame, Marco Angius, Alberto Beneventi, Pier Augusto Breccia, Centro Studi Mozartiano, Giorgio Ciommei, Bruno Conte, Valerio Cordiner, Luca Cori, Danilo Faravelli, Paolo Ferrari, Gian Andrea Franchi, Nevio Gàmbula, Andrea Garbuglia, Vladimiro Giacché, Gianluca Giachery, Roberto Giammanco, Ran HaCohen, Hans-Josef Irmen, Leporello, Mario Lunetta, Milena Massalongo, Anna Maria Mazzoni, Massimo Melloni, Kurt Meyer, Willer Montefusco, Michela Niccolai, Marilena Pasquali, Eugenio Riccòmini, Pierfranco Vitale, Maurizio Zanolli
In copertina: Sandro Luporini, Interno-esterno n. 2 (2003)




Istituzioni
• Corpi migranti di Willer Montefusco

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La condizione dei migranti sembra strettamente definita da due elementi essenziali: lavoro e mobilità. Il terzo elemento che sovradetermina politicamente questi due aspetti è la legislazione sull’immigrazione. Se si vuole però uscire da una visione oggettivistica e sociologica dei migranti bisogna affrontare la relazione tra questi tre aspetti sul versante soggettivo. Si tratterebbe allora di esaminare, anche con inchieste sul campo, il tipo di rapporto che i migranti hanno con questi tre aspetti. Sul piano del lavoro, «la sola finalità che può avere il lavoro agli occhi dell’immigrato, la sola che egli conosca e che gli sia accessibile, è il salario procurato da tale lavoro». Da parte dei migranti, emerge un rapporto col lavoro e il luogo di lavoro, in cui esso non è luogo di relazioni, di scambi e di possibilità di lotte, ma puro strumento in relazione al salario. Ma anche e soprattutto alla condizione giuridica. Pur non mancando una attenta e precisa comprensione di cosa succede sul posto di lavoro, i meccanismi di potere e le forme di discriminazione, ogni aspetto della condizione lavorativa salario, intensità di lavoro, durata, luogo – viene pensato, valutato e rapportato alla legislazione, il che è quanto dire alla possibilità di vita, posto che la legislazione tocca e riguarda praticamente tutti gli aspetti dell’esistenza del migrante.

Anche la mobilità spesso dipende dalle urgenze poste dallo Stato: ci si sposta perché non si ha più la casa, perché si cerca un qualsiasi contratto di lavoro, perché si cerca un contratto a tempo indeterminato che consente una permanenza più lunga, perché si è perso un lavoro e se ne cerca un altro, perché il permesso di soggiorno sta per scadere. Sul versante del lavoro allora è difficile trovare forme di resistenza o momenti di soggettivazione. E allora? Ritorna l’immagine dei migranti come disgraziati che si adattano a tutto, pur di sopravvivere?

Non necessariamente. Il terzo elemento tra lavoro e mobilità, sul lato soggettivo, è il carattere diffuso della condizione di irregolarità. «Carattere diffuso» significa non tanto che la condizione di effettiva irregolarità, non riscontrabile peraltro nelle grandi fabbriche, è diffusa, quanto che è l’esperienza dell’irregolarità a essere diffusa. Vale a dire buona parte dei migranti sono stati irregolari per un periodo spesso assai variabile, da pochi mesi a diversi anni. Regolari e irregolari sono dunque uniti sulla base della comune esperienza dell’irregolarità e/o della comune possibilità dell’irregolarità.

Se questo è vero, allora è qui che bisogna cercare momenti di soggettivazione. E ci sono. Si esprimono proprio nell’esperienza di irregolarità, nelle forme in cui essa si manifesta, e cioè nelle tante forme di violazione della legislazione sull’immigrazione...


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