n. 19

anno V - luglio-settembre 2004 - pp. 160 - € 7.50

• Direttore: Roberto De Caro
• Redazione:
Gaspare De Caro, Michelangelo Gabbrielli, Antonello Lombardi, Elio Matassi, Elisabetta Pistolozzi, Andrea Schiavina, Valeria Tarsetti
• Hanno collaborato a questo numero:
Ennio Abate, Fabio Acca, Felice Accame, Marco Angius, Alberto Beneventi, Pier Augusto Breccia, Centro Studi Mozartiano, Giorgio Ciommei, Bruno Conte, Valerio Cordiner, Luca Cori, Danilo Faravelli, Paolo Ferrari, Gian Andrea Franchi, Nevio Gàmbula, Andrea Garbuglia, Vladimiro Giacché, Gianluca Giachery, Roberto Giammanco, Ran HaCohen, Hans-Josef Irmen, Leporello, Mario Lunetta, Milena Massalongo, Anna Maria Mazzoni, Massimo Melloni, Kurt Meyer, Willer Montefusco, Michela Niccolai, Marilena Pasquali, Eugenio Riccòmini, Pierfranco Vitale, Maurizio Zanolli
In copertina: Sandro Luporini, Interno-esterno n. 2 (2003)




Stagecoach a cura di Roberto De Caro
• Omissioni mediatiche

Pagina senza nome

Mostro chi? 

Mostro chi? La notizia c’era tutta. Lunedì 17 maggio la Procura di Bologna, che tanto aveva lavorato alla costruzione del mostro-Persichetti, quasi allo scadere dei termini – quasi obtorto collo – archivia la sua posizione in relazione all’omicidio Biagi. Il castello di carte giudiziarie con riconoscimenti arditi, scambi furtivi di zainetti, testi amorevolmente ‘aiutati’, alla fine è crollato miseramente. Secondo alcuni, un castello architettato già prima dell’estradizione strappata al compiacente ministro Perben, probabilmente convinto da prove fatte balenare come schiaccianti. Un castello fortunosamente mantenuto in piedi per quasi un anno dall’impavida procura di Bologna, nonostante la difesa di Persichetti avesse prodotto, nel luglio 2003, testimonianze inoppugnabili relativamente alla circostanza non banale per la quale Paolo Persichetti non si era spostato da Parigi per svariate settimane antecedenti l’omicidio Biagi, e che quindi non aveva potuto fare appostamenti, pedinamenti ed altre attività del genere.
E la stampa che fa? Ignora la notizia. Con tanti mostri in giro, la notizia vera, giornalisticamente parlando, non sarebbe quella dell’accertamento di un mancato mostro? Uno di meno, se non altro?
Non meritava Paolo Persichetti un piccolo risarcimento? In fondo, nell’afoso agosto 2002 aveva movimentato la paginazione dei giornali e le scalette dei telegiornali. La sua faccia è passata non si sa quante volte, ed è diventata un’icona. E poi, nei due anni successivi, era stato la causa di molte prurigini giornalistiche sulle collocazioni estere dei santuari delle BR. Ed è stato anche l’insperata occasione di una novella union sacrée tra forcaioli e dietrologi di destra e di sinistra.
Che stampa è mai questa? Dove sta la notizia? Mostro chi?
Questo Comitato, dedicato alla «civiltà giuridica», si sarebbe accontentato di un sussulto di civiltà mediatica. Se non una pari enfasi risarcitoria, almeno il ‘dare la notizia’. Niente di più che il minimo deontologico.
Nemmeno questo?
Comitato «Paolo Persichetti». Un osservatorio per la civiltà giuridica - Roma, 20 maggio 2004 

Crimini e misfatti 

Da Dimitri Papanikas – intervenuto con questa lettera non pubblicata nel dibattito sulla tortura che si è svolto a metà maggio nella rubrica tenuta da Corrado Augias su «la Repubblica» – riceviamo e volentieri pubblichiamo.

Caro Augias, quella che lei chiama la «nostra cultura» e che – a suo dire – da Beccaria giungerebbe direttamente fino a noi è una cultura che non ha mai smesso di dimostrare la sua continuità con il processo inquisitorio ecclesiastico e con i suoi metodi di tortura. Il nostro diritto, come sostenuto dal giurista Italo Mereu, deriva direttamente da quello ecclesiastico inquisitorio piuttosto che da quello romano. La Santa Inquisizione non è mai morta. Essa ha attraversato indenne i secoli ed è giunta fino a noi attraverso la categoria giuridica fondante il nostro diritto: il sospetto. I risultati della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo servono solo per le grandi occasioni, come uno smoking per la festa. La legislazione d’emergenza del 1975 con i suoi processi sommari, l’uso esteso della delazione; il ricorso a perquisizioni corporali, di domicilio e a intercettazioni telefoniche e di corrispondenza anche senza l’autorizzazione scritta di un magistrato; il ricorso a mezzi coercitivi per strappare confessioni compiacenti verso i teoremi dell’accusa; pene eccedenti qualsiasi regola di proporzionalità per i reati commessi con motivazione politica; il fermo di polizia fino a quattro giorni senza il diritto di informare il proprio avvocato e la famiglia (giorni in cui venivano meno tutte le elementari garanzie di tutela della dignità umana del fermato); l’inversione dell’onere della prova (per cui la presunzione d’innocenza si trasformava in presunzione di colpevolezza fino a prova contraria); fino a dieci anni e otto mesi di carcerazione preventiva (custodia cautelare); sostituzione delle indagini della magistratura con le dichiarazioni di pentiti spesso interessati ad ottenere sconti sulle pene; istituzione di nuove tipologie di reati associativi come concorso morale in omicidio. La responsabilità penale cessava così di essere considerata individuale e specifica e si iniziarono a perseguire responsabilità per legge non perseguibili. Ma non solo. L’istituzione di «carceri speciali» per il trasferimento nelle quali basta una semplice decisione dell’amministrazione carceraria. Esse prevedono la lontananza del detenuto dalla residenza della famiglia; visite e colloqui a discrezione della direzione carceraria; trasferimenti improvvisi per impedire socializzazioni; isolamento totale in celle insonorizzate (ciascuna dotata di un piccolo cortile per l’ora d’aria separato dagli altri); sorveglianza continua e perquisizioni corporali quotidiane; privazione di ogni contatto umano (anche visivo) mediante l’utilizzo di citofoni, di porte e di cancelli automatici.
Il monito affinché queste cose non capitino più nasconde il fatto che esse non abbiano mai smesso di accadere. La nostra Guantanamo e la nostra Abu Ghraib le abbiamo da sempre. Non si scandalizzi dunque di fronte a chi oggi si appella all’eterno motto per cui il fine giustifica i mezzi. Non sia così ingenuo da indignarsi o così ipocrita da fingere di non conoscere le regole del gioco. So bene che nessun ‘intellettuale organico’ potrà mai smascherarle in quanto nascosto dietro il proprio rassicurante – ma non meno colpevole – dissenso compatibile.
Dimitri Papanikas – Bologna, 18 maggio 2004

Scelte antologiche

Gentile Roberto De Caro,
ho acquistato l’Antologia della poesia italiana distribuita in sei volumi dal quotidiano la Repubblica.
Pur apprezzando questo lavoro, trovo scandaloso che Cesare Segre e Carlo Ossola, curatori dell’opera, abbiano escluso il poeta Rocco Scotellaro.
Sono convinto che Segre e Ossola avranno pronte mille spiegazioni e motivazioni per giustificare questa esclusione... Ma non ci sono spiegazioni, non c’è niente da spiegare... Questo fatto vegognoso evidenzia, ancora una volta, quanto sia devastante per la cultura italiana e per la crescita civile di un popolo un comportamento elitario e intellettuale così arrogante e settario. Qualcuno considererà ingenua questa mia presa di posizione a sostegno della poesia di Rocco Scotellaro... Altri danno ormai tutto per scontato... Ma io non posso arrendermi davanti a tanta cecità, tanta sordità. Forse Rocco Scotellaro stesso non avrebbe protestato di fronte a questa ennesima ingiustizia. Ma io non posso tacere... Questa è una brutta cosa, è una cosa sporca che non può essere inghiottita da un generale silenzio.
Con vivissima stima e i saluti più cordiali
Ferruccio Brugnaro – Spinea (Venezia)


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