n. 19

anno V - luglio-settembre 2004 - pp. 160 - € 7.50

• Direttore: Roberto De Caro
• Redazione:
Gaspare De Caro, Michelangelo Gabbrielli, Antonello Lombardi, Elio Matassi, Elisabetta Pistolozzi, Andrea Schiavina, Valeria Tarsetti
• Hanno collaborato a questo numero:
Ennio Abate, Fabio Acca, Felice Accame, Marco Angius, Alberto Beneventi, Pier Augusto Breccia, Centro Studi Mozartiano, Giorgio Ciommei, Bruno Conte, Valerio Cordiner, Luca Cori, Danilo Faravelli, Paolo Ferrari, Gian Andrea Franchi, Nevio Gàmbula, Andrea Garbuglia, Vladimiro Giacché, Gianluca Giachery, Roberto Giammanco, Ran HaCohen, Hans-Josef Irmen, Leporello, Mario Lunetta, Milena Massalongo, Anna Maria Mazzoni, Massimo Melloni, Kurt Meyer, Willer Montefusco, Michela Niccolai, Marilena Pasquali, Eugenio Riccòmini, Pierfranco Vitale, Maurizio Zanolli
In copertina: Sandro Luporini, Interno-esterno n. 2 (2003)




Cinema
• La metamorfosi di Cio-Cio-San: «M. Butterfly» di David Cronenberg (1993) di Michela Niccolai

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L’enorme successo che Madama Butterfly riscosse qualche tempo dopo la ‘sfortunata’ prima scaligera fece sì che questo dramma migrasse dalla sua dimensione ‘teatrale’ per venire impiegato da un altro mezzo di comunicazione: il cinema. Madame Butterfly di Sidney Olcott (1915), Harakiri di Fritz Lang (1919), Le ménage du Madame Butterfly di Bernard Natan (1920) – ancora appartenenti al genere muto – inaugurano la produzione cinematografica ispirata al soggetto del dramma pucciniano, poi continuata dalle celebri produzioni di Marion Gering (1932) e di Carmine Gallone (Il sogno di Butterfly, 1939 e Madama Butterfly, 1954).

Nella grande maggioranza dei casi si tratta di pellicole che riadattano allo schermo cinematografico il soggetto operistico, talvolta inserendo dialoghi parlati o semplicemente fornendo delle nuove immagini a una scelta di brani musicali già celebri, secondo lo schema già consolidato dello scénario.

Secondo Michel Veilleux esistono infatti vari tipi di trasposizione operistica per il grande e piccolo schermo: la ripresa dal vivo di una rappresentazione scenica, la realizzazione in studio (usata soprattutto nel ventennio 1950-1970) e il film-opera, caratterizzato dalla piena «negazione delle convenzioni teatrali dell’opera». Alcune produzioni non rientrano soltanto in una di queste ‘categorie’, ma sfruttano il meglio di ciascuna secondo l’effetto che il regista vuole ricreare nell’immagine filmata. In questo senso infatti basta pensare alla creazione di Madama Butterfly ad opera di Jean-Pierre Ponnelle (1974), in cui ogni espediente tecnico cinematografico diviene il moyen attraverso il quale il regista comunica allo spettatore la propria interpretazione del dramma, spostando in questo caso l’accento sul carattere intimo della pièce che arriva talvolta a sfiorare la dimensione onirica; si pensi soltanto all’episodio dell’entr’acte, trasformato da Ponnelle in un vero stream of the consciusness tutto al femminile, in cui la protagonista si abbandona a speranze e timori scatenati dal tanto atteso ritorno dell’amato. In maniera completamente opposta invece si muove la macchina da presa di Frédéric Mittérand (Madame Butterfly, 1995), il cui scopo è ricreare l’ambiente in cui si svolge il dramma personale di Cio-Cio-San. Ampio spazio viene quindi lasciato alla descrizione visiva e sonora del porto di Nagasaki e dell’abitazione della protagonista, in perfetto more giapponese nel primo atto e ricca di oggetti americani nel ‘lungo secondo atto’...


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