n. 20

anno V - ottobre-dicembre 2004 - pp. 224 - € 7.50

• Direttore: Roberto De Caro
• Redazione:
Massimo Cappitti, Gaspare De Caro, Michelangelo Gabbrielli, Antonello Lombardi, Elio Matassi, Elisabetta Pistolozzi, Andrea Schiavina, Valeria Tarsetti
• Hanno collaborato a questo numero:
Ennio Abate, Felice Accame, Marco Angius, Simone Azzoni, Alberto Beneventi, Claudio Bolzan, Pier Augusto Breccia, Centro Studi Mozartiano, Giorgio Ciommei, Bruno Conte, Valerio Cordiner, Agostino Di Scipio, Sergio Endrigo, Danilo Faravelli, Gian Andrea Franchi, Nevio Gāmbula, Stefano Garroni, Gianluca Giachery, Hans-Josef Irmen, Mario Lunetta, Sandro Luporini, Milena Massalongo, Daniel H. Mazzei, Massimo Melloni, Kurt Meyer, Cesare Milanese, Giorgio Monari, Marilena Pasquali, Paolo Persichetti, Mario Pischedda, Mario Quattrucci, Francesco Ranci, Anna Rocco, Marina Toffetti, Pierfranco Vitale, Maurizio Zanolli
In copertina: Alberto Beneventi, Delta (2003)




Filosofia
• Il mito politico dell’uomo in Furio Jesi. Brecht, Rilke, Rosa Luxemburg di Gian Andrea Franchi

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Il cuore della ricerca di Furio Jesi tocca le radici della politica e del potere, nel quadro degli anni politicamente e socialmente più intensi dell’ultimo cinquantennio. Qui sta il significato di una ripresa della sua ricerca nella condizione attuale caratterizzata dal vuoto lasciato dalla crisi del marxismo. Intendo con ‘marxismo’ quella koiné diffusa negli anni Sessanta e Settanta entro cui si riconosceva, con diverse articolazioni spinte fino alla contrapposizione, una vasta area che si collocava alla sinistra del PCI, in parte attraversandolo, e in maggioranza al di fuori delle istituzioni rappresentative. Il marxismo era un sistema che chiamerei immaginativo-concettuale, la cui parte concettuale era resa necessariamente piuttosto schematica e semplicistica dalla sua stessa diffusione, il quale aveva la funzione, propria di ciò che possiamo chiamare sistema di rappresentazione di massa (in cui rientrano anche le religioni), di elaborare emozioni e desideri, di generalizzare conflitti sociali, rendendoli politicamente spendibili.
Alle radici del politico si colloca infatti la funzione mitica intesa come la più importante delle modalità costitutive di ciò che fonda, contemporaneamente, il politico e il potere, che è il carattere costitutivamente relazionale della soggettività. La funzione mitica o mitopoietica viene chiamata da Jesi, a partire dal breve saggio sul Bateau ivre di Rimbaud del 1972, macchina mitologica, termine non più ripreso dalla metà degli anni Settanta.
La funzione mitopoietica o macchina mitologica produce miti, termine che rimanda ovviamente ai miti dell’antichità classica, ma anche ad un ‘oggetto’ dell’indagine antropologica e inoltre e principalmente ai miti di potere di cui da due secoli siamo insaziabili consumatori. Il termine mito copre dunque una dimensione di lontananza, diacronica e sincronica, indica una estraneità che tuttavia si mantiene nella prossimità, vuoi per l’importanza fondativa – vera o presunta – che l’antichità classica riveste per la dominante cultura occidentale; vuoi per tutta la problematica delle culture ‘altre’ coesistenti nella modernità e dalla prima conculcate, umiliate e distrutte e appare inoltre come uno strumento indispensabile di potere.
L’area semantica di ‘mito’ allora sarebbe così ampia da rischiare l’insignificanza, ma Jesi traspone il termine da sostantivo a verbo, da oggetto culturale a funzione soggettiva, stimolato probabilmente da Jung, nello sforzo di cogliervi un fascio unitario di funzioni costitutive della soggettività nella misura in cui questa esiste essenzialmente come relazione intersoggettiva qui trovando il suo intrinseco legame con la politica e con il potere. In tal modo cerca di trasformare una debolezza ermeneutica in una virtù… (segue)


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