n. 20

anno V - ottobre-dicembre 2004 - pp. 224 - € 7.50

• Direttore: Roberto De Caro
• Redazione:
Massimo Cappitti, Gaspare De Caro, Michelangelo Gabbrielli, Antonello Lombardi, Elio Matassi, Elisabetta Pistolozzi, Andrea Schiavina, Valeria Tarsetti
• Hanno collaborato a questo numero:
Ennio Abate, Felice Accame, Marco Angius, Simone Azzoni, Alberto Beneventi, Claudio Bolzan, Pier Augusto Breccia, Centro Studi Mozartiano, Giorgio Ciommei, Bruno Conte, Valerio Cordiner, Agostino Di Scipio, Sergio Endrigo, Danilo Faravelli, Gian Andrea Franchi, Nevio Gāmbula, Stefano Garroni, Gianluca Giachery, Hans-Josef Irmen, Mario Lunetta, Sandro Luporini, Milena Massalongo, Daniel H. Mazzei, Massimo Melloni, Kurt Meyer, Cesare Milanese, Giorgio Monari, Marilena Pasquali, Paolo Persichetti, Mario Pischedda, Mario Quattrucci, Francesco Ranci, Anna Rocco, Marina Toffetti, Pierfranco Vitale, Maurizio Zanolli
In copertina: Alberto Beneventi, Delta (2003)




Filosofia
• Temi wittgensteiniani di Stefano Garroni

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1. Introduzione: Wittgenstein, fondamento e duttilità

È possibile certo – come d’altronde è stato fatto in modo ottimo anche recentemente – descrivere il pensiero di -Wittgenstein, rintracciandone il filo rosso, che ne percorre tutta l’evoluzione e, così, mostrare ‘da dove egli sia partito’ e ‘dove sia andato a parare’. La stessa differenza tra un ‘primo’ ed un ‘secondo’ Wittgenstein, tra il Wittgenstein del Tractatus e quello delle Philosophische Untersuchungen o di Über Gewißheit, ad un’analisi più accurata perde in un certo senso di radicalità, poiché non marginali sono i momenti di continuità, che finiscono col risultare.
È inoltre innegabile il valore che l’opera di Wittgenstein ha come testimonianza delle problematiche logiche e morali, che hanno caratterizzato una certa Europa tra le due guerre mondiali: anche ciò – non è dubbio – milita a favore di una sostanziale continuità della riflessione wittgensteiniana. Eppure in questa lettura si nasconde un pericolo.
Esattamente il pericolo di attribuire a Wittgenstein qualcosa che egli ha sempre respinto – almeno da un certo momento della sua esistenza – con aspra nettezza: voglio dire l’intento di elaborare una teoria – in questo senso, di fare della filosofia.
È stato sottolineato, invece – e giustamente – un certo socratismo di -Wittgenstein, intendendo con ciò quella sua continua sollecitazione all’indagine accurata, volta a cogliere la «differenza»; come anche quella convinzione profonda che se fare filosofia significa qualcosa, se si tratta di un’attività ‘decente’ [-anständig] (termine importantissimo, questo, nel vocabolario wittgensteiniano), allora proprio in ciò essa consiste: nel mostrare dei problemi affrontati i caratteri determinati, circoscritti e proprio per questo legati intimamente alle forme di vita, alle attività particolari, che sono la cornice e l’ambiente, in cui l’uomo reale si muove. Insomma, se esiste un fare sensato, proprio della filosofia, esso consiste, in definitiva, nel togliere la filosofia stessa, nel dissolverne le drammatiche ed irrisolte domande, a favore di uno ‘sguardo’, che consenta di fare emergere l’agire effettivo degli uomini in tutta la sua ‘superficiale’ complessità, vaga e regolata ad un tempo… (segue)


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