n. 20

anno V - ottobre-dicembre 2004 - pp. 224 - € 7.50

• Direttore: Roberto De Caro
• Redazione:
Massimo Cappitti, Gaspare De Caro, Michelangelo Gabbrielli, Antonello Lombardi, Elio Matassi, Elisabetta Pistolozzi, Andrea Schiavina, Valeria Tarsetti
• Hanno collaborato a questo numero:
Ennio Abate, Felice Accame, Marco Angius, Simone Azzoni, Alberto Beneventi, Claudio Bolzan, Pier Augusto Breccia, Centro Studi Mozartiano, Giorgio Ciommei, Bruno Conte, Valerio Cordiner, Agostino Di Scipio, Sergio Endrigo, Danilo Faravelli, Gian Andrea Franchi, Nevio Gāmbula, Stefano Garroni, Gianluca Giachery, Hans-Josef Irmen, Mario Lunetta, Sandro Luporini, Milena Massalongo, Daniel H. Mazzei, Massimo Melloni, Kurt Meyer, Cesare Milanese, Giorgio Monari, Marilena Pasquali, Paolo Persichetti, Mario Pischedda, Mario Quattrucci, Francesco Ranci, Anna Rocco, Marina Toffetti, Pierfranco Vitale, Maurizio Zanolli
In copertina: Alberto Beneventi, Delta (2003)




Ovole Favole di Bruno Conte
Pagina senza nome

Si raccontava nel regno di Angonia che nelle stanze delle case vivesse una popolazione di piccole ombre. Ne nasceva una ogni tanto, da qualche ombra intensa e persistente proiettata da una persona assorta, addensata nei propri pensieri che non trovavano via d’uscita. Questa popolazione conduceva una esistenza leggera e tuttavia realistica, prendendo le sagome di varie pose entro movimenti che si ripetevano di giorno in giorno. Esse sarebbero apparse, a una persona che vi avesse posato lo sguardo con insistenza e curiosità, come decorazioni appena ombrate e sfuggenti tra i motivi delle carte da parati sulle parti di una stanza.
Le piccole ombre vivevano la loro vita, e poi morivano. E si raccontava che ognuna delle esigue, impercettibili ombre che moriva, non si estingueva ma andava a far parte di un unico addensamento finale: un nugolo grigio lanoso a forma di basso grasso cane mastino.
Capitava allora che talvolta, specialmente durante una notte di temporale, una persona in una stanza vedesse condensarsi nella penombra il grasso cane. Ogni persona teneva riposti all’occorrenza alcuni biscotti adatti. Estraeva da una scatola uno dei biscotti, soffice e cinereo, e lo dava al cane, che lo prendeva docilmente tra le fauci scomparendo subito dopo nella matassa della sua corporatura. Non si conosce più la ricetta di questi biscotti, si dice che tra gli ingredienti vi fosse un ricordo di anice, ovvero di zolfo.

§

Un medico naturalista sperimentale guariva tutti i mali, con un piccolo inconveniente: la malattia formava a distanza un animale, che pur sempre doveva restare nell’abito familiare del malato. Erano animali che rispondevano alla fisionomia delle varie specie conosciute per le caratteristiche esteriori, mantenendo però nella loro interiorità il carattere e l’espressione del malato.
Il signor Meo, avanzato negli anni e con parecchi acciacchi, andò a farsi visitare da questo medico, che gli fornì varie pillole, per prima o dopo i pasti. Iniziata la cura cominciano ad affievolirsi i disturbi: scompare una ribelle tossetta stizzosa ma, di lì a poco, al suo posto compare un impertinente galletto. Così scompare una pesantezza al fegato e al suo posto compare un fulvo ghiro, scompare un gonfiore al ginocchio e al suo posto compare una pallida tartaruga. Ne aveva ancora di mali, e vide ancora comparire un furetto, un gatto, un lucertolone e un ranocchio. Non erano animali da educare, essendo quasi organismi del medesimo individuo lento e taciturno.
Il signor Meo andando a pranzo e a cena doveva ora apparecchiare per otto, e sedeva a capo tavola, dove ogni componente della svariata mesta famigliola aveva il suo piatto con qualcosa da addentare o da spiluccare. 

§

Un uomo, giunta l’ora di andare a letto, si coricò e spense la luce. Piombò ben presto nel sonno e sognò di coricarsi, spegnendo ancora la luce. In un sogno del sogno ancora si coricò e, spegnendo questa volta la luce, si trovò in un buio così fitto e profondo che gli premeva addosso tenendolo impietrito. Riusciva a reagire contro questa profondità con una sola idea: dovrei accendere tre volte la luce, ma non posso, soltanto qualcuno dall’alto mi potrà liberare. Non si sa quanto tempo rimase in attesa, tuttavia arrivò il momento in cui qualcuno, nel mondo della luce, schiacciò con i denti una nocciola, e l’uomo si sentì liberato e si ritrovò sveglio nel suo letto. (segue)


Vai al Sommario





© Copyright 2000-2019 Ut Orpheus Edizioni S.r.l. - Piazza di Porta Ravegnana 1 - 40126 Bologna (Italy)
R.E.A. Bologna n. 387145 - Cap. Sociale Eur 10.200,00 - R.I. Bologna - C.F./P. Iva 04320550371