n. 21

anno VI - gennaio-marzo 2005 - pp. 192 - € 7.50

• Direttore: Roberto De Caro
• Redazione:
Massimo Cappitti, Gaspare De Caro, Gian Andrea Franchi, Michelangelo Gabbrielli, Antonello Lombardi, Elio Matassi, Elisabetta Pistolozzi, Andrea Schiavina, Valeria Tarsetti
• Hanno collaborato a questo numero:
Ennio Abate, Marco Angius, Simone Azzoni, Luca Baiada, Antonio Baroncini, Alberto Beneventi, Pier Augusto Breccia, Salvatore Carbone, Giorgio Ciommei, Bruno Conte, Valerio Cordiner, Chetro De Carolis, Roberto Di Marco, El Pisto, Sergio Falcone, Michele Fasano, Nevio Gàmbula, Giuseppe Gullo, Roberto Illiano, Mario Lunetta, Sandro Luporini, Francesco Manzini, Milena Massalongo, Anna Maria Mazzoni, Massimo Melloni, Cesare Milanese, Emanuele Montagna, Giuliana Montanari, Federica Montevecchi, Michela Niccolai, Paola Pacifici, Marilena Pasquali, Paola Pertempi, Mario Pischedda, Nicoletta Poidimani, Fausto Razzi, Anna Rocco, Luca Sala, Sandro Sproccati, Marina Toffetti, Gianfranco Zàccaro, Maurizio Zanolli
In copertina: Maurizio Zanolli, «Gli sguardi cadono» (2004)




Critica della musica
• Il Mondo salvato dalla Musica. Lettera aperta dall’abbazia di Thélème di Gaspare De Caro e Roberto De Caro

La ripetizione è il mezzo didattico più efficace per operare sulla mentalità popolare.
(Antonio Gramsci, Il materialismo storico e la filosofia di Benedetto Croce)


Caro Razzi,
il suo articolo concorre autorevolmente a definire i termini adeguati di un discorso critico sull’attuale condizione della cultura musicale: più che giustificata la sua polemica, in nome della ricerca artistica e della «fatica conoscitiva» del processo di composizione, contro l’essenzialismo estetico e relativa, immortale retorica platonizzante del raptus creativo; puntuali le distinzioni tra «musica di ricerca» e «musica di intrattenimento», tra pensiero musicale contingente e pensiero profondo, tra «informazione complessa» e «informazione semplificata», tra «ascolto consapevole» e «accettazione acritica di qualunque prodotto musicale». Differenze tutte molto opportunamente chiarite e ribadite, vista l’uniformità banalizzante, non innocente e non innocua, perseguita e imposta in proposito a vario titolo dalle istituzioni competenti di ogni ordine e grado e ambito e golosamente delibata dal consumo.

Questa chiarezza e pertinenza di definizioni è il primo dei motivi per cui ci è sembrato importante pubblicare l’articolo; il secondo – opposto, ma altrettanto significativo, perché esemplare di una discrasia che tradizionalmente affligge l’intellighenzia italiana – è che esso tradisce drammaticamente sotto molti rispetti una grande difficoltà a derivare da tale precisa analisi giudizi storici adeguati e orientamenti plausibili nella pratica. Ci limiteremo qui a sottolineare alcuni aspetti particolarmente rivelatori di questa difficoltà… (segue)


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